The Zero Theorem, di Terry Gilliam

The Zero Theorem, di Terry Gilliam

Il mio imprinting con Terry Gilliam risale ad una visione tanto casuale quanto folgorante de “l’esercito delle 12 scimmie” (ai tempi in cui ancora guardavo la TV), eppure il mio scarso appel per la settima arte aveva tenuto il mio entusiasmo in un angolino a maturare.
Negli ultimi anni ho approfondito il mio interesse per il cinema in generale e sono di nuovo entrato in contatto con Gilliam: Il secondo incontro è stato con il cortometraggio introduttivo di Monty Python e il senso della vita, una decina di minuti di pura genialità che mi hanno fatto decidere di conoscerlo più a fondo. Ne ho sentito di nuovo parlare in una monografia di Federico Frusciante, ne ho letto, e sono giunto tra gli altri alla visione del film di cui voglio parlare oggi: The Zero Theorem.
Un film che ho guardato, che ho adorato, che ho consigliato in lungo e in largo, un film che continuo a portarmi dentro dopo mesi e mesi dalla prima visione.

The Zero Theroem è un opera particolarissima, un film dalla trama tanto basilare quanto estremamente difficile da spiegare, questa è infatti al contempo motore degli eventi, ma anche pretesto quasi irrilevante per assistere ai drammi e ai rapporti dei vari protagonisti.
In un mondo futuristico e distopico il nostro protagonista, il genio informatico Qohen Leth (interpretato da Christoph Waltz) vive recluso all’interno di un ex cappella in rovina, dove lavora in remoto ad un misterioso progetto – il teorema Zero – volto a scoprire il non-scopo della vita per conto della tipica megacorporazione.

Qohen aspetta incessantemente una telefonata in grado di cambiare la sua vita, ma la sua routine verrà sconvolta dalla sua bellissima vicina di casa e da un giovanissimo hacker che gli piomberanno in casa continuamente.
The Zero Theroem è un film realizzato con un budget bassissimo: il film più economico di Gilliam, in cui gli attori pare abbiano lavorato quasi “per niente”. Un film con effettivamente 4 scenari, pochi effetti visivi (seppur ottimi), ma tanta, tantissima cura e talento. La fotografia è ricchissima e vivida, così come la scenografie, le tecnologie sci-fi e i costumi (anche se creati con capi trovati in un mercato cinese vicino al set), ed ogni elemento è in grado di rendere alla perfezione una moderna civiltà distopica, una civiltà che ci viene però soltanto mostrata tramite dettagli e suggestioni – una festa, un laboratorio, una camminata in un vicolo, una panchina in un parco – ma che non ci viene mai sbattuta in faccia con immense panoramiche di megalopoli in computer grafica. Gilliam gira con una mano stupenda, la sua esperienza è tutta nella cura del dettaglio, nella creazioni di immagini stupende e enormemente significative. I suoi tempi sono sempre perfetti, si nelle parti più comiche che in quelle fortemente drammatiche. Ogni inquadratura sa trasmettere tutto l’enorme disagio del protagonista, la sensualità della sua compagna, l’assurdità di ogni situazione.

La storia è ricca di spunti e temi, è una storia d’ amore, ma anche di fede e per raccontare tutto questo il regista sa di avere tra le mani un attore protagonista immenso, a cui costruisce attorno un contesto in cui far esplodere tutto il suo talento: Christoph Waltz giganteggia in tutta la pellicola, riuscendo a ricreare alla perfezione un personaggio sfaccettato, schizofrenico e problematico come Qohen e regalandoci una performance attoriale certamente degna o superiore a quelle con cui ha vinto i suoi Oscar. Matt Damon nelle sue poche scene è a dir poco geniale, Melanie Thierry è stupenda e conturbante, e le varie comparse sanno divertire aprendo ulteriori finestre sul mondo che Gilliam immagina.
Assistiamo ad un film di personaggi, in cui i loro rapporti e l’ evoluzione di questi ultimi occupano la maggior parte della pellicola. Il mondo in cui si muovono è curatissimo, l’umorismo è sempre pungente e fine, così come l’enorme pessimismo del protagonista.
Sono i protagonisti ad esplorare i sottotesti che l’ autore ha voluto inserire. Il senso della vita – o la sua mancanza -, la fede, la speranza, l’amore. Questi sono i temi su cui Gilliam ha costruito il suo dramma, e su cui ha basato il suo mondo e i suoi piccoli abitanti.

Questo è il motivo dietro la bellezza di The Zero Theroem: il suo spingerci a riflettere profondamente su temi fondamentali, ma senza prendersi la briga di interpretarli al posto nostro. I discorsi di Gilliam sono tutti aperti, soltanto suggeriti dall’agire e il parlare dei suoi personaggi, ma mai portati avanti in modo ingombrante e perentorio. Il regista non ci abbaia dietro le sue idee come fanno molti artisti,  ma fa invece delle domane a noi a se stesso attraverso ciò che è l’ uomo, e ciò che l’uomo fa in determinate situazioni.
The Zero Therom, per come l’ ho visto io, è stranamente un film tremendamente positivo, molto diverso da Brazil (con cui pur condivide l’immaginario alla 1984) perché infinitamente più intimo, più personale, forse anche solo per necessità, o perché figlio di un Gilliam sempre realista, ma probabilmente meno cinico.
Vediamo una società terribile, insopportabile, ma in cui c’è sempre e comunque la vita umana, con le sue unicità e contraddizioni, ma anche con la sua bellezza.

Un vero capolavoro: delicato, divertente, intelligente e toccante..
Gilliam si conferma un artista unico.

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